
Io prete e i miei punti di vista sui giovani oggi
di Adamo Calò
I giovani e i loro preti
C’è qualcosa di paradossale nel fatto di chiedere a un sacerdote che si è occupato di adolescenti soltanto per alcuni periodi della sua vita pastorale e che da qualche anno ne incontra ben pochi sul suo cammino, di raccontare le sue esperienza educative tra loro. Dopo lunghe esitazioni, mi sono arreso perché alcuni interrogativi che mi si sono presentati nel corso degli anni possono forse essere letti come punti di vista e proposte per svolgere una riflessione sull’argomento giovani e preti. Giovani e i loro preti è il mio primo interrogativo e non preti e i loro giovani.
Quando facciamo riferimento a ricerche o studi sul mondo giovanile non possiamo dimenticare che ordinariamente siamo noi adulti a studiare i giovani, e quasi mai il contrario. Tipica convinzione di molti adulti, e non solo oggi, è che la generazione giovani sia al di sotto del livello a cui noi eravamo alla loro età per interessi culturali, impegno, creatività. E’ un contegno antipatico ma del quale noi adulti dobbiamo essere coscienti. I giovani dal canto loro obbligano gli adulti ad un discernimento non facile, perché molte loro sfide e atteggiamenti inquietano e sconcertano. Intelligenti, immature, spesso spaesate ci appaiono le ultime generazioni, che la Chiesa si affanna a capire.
Non ho mai pensato fin dalla prima metà degli anni settanta, quando accettai di essere ordinato sacerdote, che gli altri dovessero sapere per forza che io sono prete quasi che la mia fosse una professione. Lo avrebbero comunque letto e indovinato. Il sacerdote ha dei lineamenti e un suo volto specifico che viene riconosciuto anche dagli estranei e dai non credenti.
Riconosco di essere stato sempre un po’ difficile e rivoltoso nei miei comportamenti. Residuo forse di una attitudine giovanile, strascico di una sofferta rivoluzione culturale alla fine degli anni sessanta, all’interno delle strutture ecclesiastiche che comunque ritengo ha lasciato la sua impronta. Ho imparato a mie spese a rapportarmi con il tempo, ad attenderlo, rispettarlo con il silenzio e con l’ascolto. Ho sempre opposto resistenza a uno stile di parlare che richiama un modo di vestire e uno stile di vestire che richiede un modo di parlare. La coerenza con le proprie idee e progetti con il passare degli anni si è manifestata come la cosa più difficile da rispettare. Talvolta la vita mi ha messo di fronte ad imprevisti, a eventi e relazioni che hanno aperto ferite che uno si porta nel cuore e seppur rimarginate nel tempo, lasciano cicatrici profonde nella memoria.
Per diversi anni e in differenti ambienti mi sono occupato anche della educazione di ragazzi e giovani, non ultimo quelli provenienti da situazioni di disagio familiare e sociale, affidati a strutture educative su indicazione dei servizi sociali territoriali o su richiesta delle stesse famiglie di origine. Ho poi avuto la fortuna, di poter trascorrere all’estero diversi anni della mia vita sacerdotale, un’ esperienza provvidenziale che mi ha concesso di incontrare, accogliere e seguire adolescenti e in difficoltà.
E ho potuto conoscere e seguire nei particolari l’itinerario di crescita e sviluppo di molti di questi ragazzi che oggi sono giovani o adulti e scoprire spesso il delicato cammino umano e religioso che un ragazzo e un adolescente compie nell’instaurare e progredire nelle sue relazioni e impegni e cosa matura nel cuore e nella mente di un ragazzo e di un giovane nei momenti problematici della vita.
Che cosa è un sacerdote
per un ragazzo di oggi?
Nel periodo dell’ adolescenza e della giovinezza l’incontro con un sacerdote, soprattutto quando si prolunga nel tempo, si trasforma in relazione educativa, e risulta decisivo per il ragazzo e costruttivo per il prete.
Il ragazzo spesso non è tanto entusiasmato dalle cose che un sacerdote sa fare, quanto piuttosto da come il sacerdote si presenta a lui, da come lo avvicina e lo tratta, da come egli vive e si comporta, da ciò che il sacerdote è. E che cosa è un sacerdote per un ragazzo di oggi? Egli spesso non vede nel prete uno professionista della preghiera, un competente della liturgia, e neppure solo un promotore di giochi o di gite, ma un uomo che in Cristo sa vivere con maturità e gioia la sua vita affettiva e che rimane disponibile all’ascolto anche quando il dialogo diventa un monologo e non sembra più condivisibile. Nel prete il ragazzo ama vedere un uomo sereno e maturo che mostra una autorevolezza e sollecitudine particolare per le persone che vanno da lui, e vive la sua vita come un incontro disinteressato con chiunque voglia parlare con sincerità e impegno di cose serie.
Egli talvolta rimane colpito e affascinato dalla maturità del sacerdote, da come egli sa affrontare e gestire la sua vita. E molti ragazzi rimangono segnati e affezionati alla figura di un sacerdote che riesce ad accompagnarli nella esperienza quotidiana, imparando da lui come gli impegni, i progetti, le difficoltà, lo studio, le esperienze affettive, e le prime delusioni, possono trasformarsi in momenti e occasioni di crescita quando vissuti alla presenza di Dio, con serenità, nel rispetto dei coetanei e nell’amore di Cristo. A fianco ai giovani il sacerdote da parte sua diventa un padre. Perché si prende cura di loro e li aiuta a maturare, a conoscere la propria vocazione e a realizzarla nella società e nella chiesa, senza abbandonarli nei momenti di sfiducia. Ho imparato nel tempo che paternità spirituale e impegno educativo sono la stessa cosa. In quanto sacerdoti siamo testimoni della paternità di Dio.
Purtroppo viviamo in una società in cui sembra ormai scomparsa la figura del padre, di colui che con autorevolezza accompagna il figlio ad affrontare le difficoltà quotidiane con spirito positivo, e provato. Le conseguenza di questo smarrimento sono l’ insicurezza dei giovani.
è venuta meno
la stessa incidenza educativa
Crescono oggi a dismisura le analisi sui giovani, i progetti giovani, le proposte di convegni e seminari sull’educazione interculturale, sulla legalità, sul disagio, sulla prevenzione, sull’accettazione delle differenze. Ma parallelamente sono venute meno tutta una serie di realtà educative e associative che avevano come compito di inserire gradualmente i giovani nella società, rispondendo da un lato ai loro bisogni, e dall’altro responsabilizzandoli e ampliando le loro prospettive.
Probabilmente è venuta meno la stessa incidenza educativa, soprattutto quando l’educazione è stata sacrificata e identificata con l’informazione. Prevale oggi l’opinione che di alcune cose sia sufficiente parlarne, che sia già azione educativa l’ assicurare informazioni. Si tratta di un cedimento pedagogico pagato alla società dell’immagine. I processi educativi sono più complessi della proposta ai giovani di riflettere su questioni importanti e fenomeni attuali. L’essere informato e sensibilizzato su alcuni problemi sociali o familiari, non costituisce da parte dei giovani accettare e persuadersi interiormente su atteggiamenti e scelte morali conseguenti.
Dio rimane un’idea astratta e lontana
L’esperienza religiosa di questi ragazzi poi è faccenda che si limita a una minoranza tra loro. Dio rimane spesso un’idea molto astratta e lontana. Talvolta può essere un amico con il quale colloquiare nel segreto della propria camera quando le cose si mettono storte; il sacro è spesso sentito più intensamente nel privato e nel silenzio e la sua percezione avviene solo in alcuni momenti, spesso eventi tristi della vita. Manca una corrispondenza con la Bibbia, anzi spesso si nota ignoranza anche da parte di ragazzi praticanti. Li diciamo cristiani perché sono nati in una nazione dalle tradizioni cristiane. Ma la loro esperienza religiosa non si identifica con il comportarsi da cristiani o sentirsi parte di una comunità ecclesiale.
La passività e la scarsa reazione addebitate ai giovani verso le proposte della società possono anche essere imputabili alla scarsità di adulti significativi che essi ravvisano nella loro esperienza di vita. I giovani hanno bisogno di incontrare nella quotidianità persone sufficientemente realizzate e mature, la cui presenza li interroga e li stimola. I giovani hanno bisogno di essere ascoltati, di trovare persone che li comprendano, di adulti che siano per loro punti di riferimento, nell’ambito familiare, scolastico, associativo, ecclesiale. Adulti che riescono a trasmettere loro la passione per la vita e per obiettivi significativi. Questo carisma di adulti non si inventa, né deriva dal proprio ruolo, genitore, insegnante, educatore, sacerdote. Esso è frutto di un modo di intendere la propria maturità, di vivere e testimoniare la condizione di adulto.
La comunità ecclesiale non può più ridurre gli itinerari educativi dei giovani alla sola educazione religiosa e catechetica, ma sostenerli, con il procedere del tempo, nelle scelte che sono chiamati a fare nei molteplici settori della loro esistenza. Così come non può essere pensata una pastorale giovanile ristretta al gruppo dei partecipanti alla vita parrocchiale o degli iscritti all’oratorio; essa dovrà sempre tenere uno sguardo attento anche a coloro che sembrano lontani, indifferenti, ai margini, superando i confini abituali della pastorale giovanile ed esplorando invece gli ambienti dove i giovani vivono, si ritrovano, ammazzano il tempo.
I giovani oggi sono legati alla quotidianità, al presente, staccati spesso da qualsiasi continuità con i valori del passato e da attenzione al futuro. Questa attitudine da un lato favorisce una piena aderenza al quotidiano, dall’altro determina un’assenza di prospettive gravemente pregiudizievole per il loro futuro, una condizione di incertezza nel campo delle scelte. Essi sembrano preoccupati soprattutto di rispondere alle suggestioni del presente, mentre gli adulti vivono nell’attesa che questi, con il procedere degli anni, rientrino negli schemi di vita tradizionali.
Nel mondo moderno la propensione dei giovani a vivere l’attimo presente sembra andare di pari passo con l’attitudine a rischiare, a non accontentarsi, e a ricredersi e rivedere sempre le decisioni prese. Soprattutto questa attitudine ultima condiziona i giovani nelle decisioni e scelte future che la vita li costringerà comunque a fare, come completare gli studi, scegliersi un lavoro, lasciare la casa dei genitori, convivere con un partner o sposarsi, mettere su famiglia e avere figli, o decidersi per una vocazione e ministero ecclesiale.
Va riconosciuto comunque che il mondo giovanile si presenta anche ricco di entusiasmo, di protagonismo. Sono molti i settori in cui i giovani si inseriscono con passione e disponibilità.
Ragazzi quindi da giudicare o lasciare da parte?
In questo contesto di incertezza e di entusiasmo, il mio impegno educativo e la paternità spirituale ha trovare significato e spazio, inteso come aiuto ai giovani per un loro responsabile e graduale inserimento nella categoria degli adulti, come ingresso nel mondo delle responsabilità individuali, accettando con coerenza un progetto di vita a lunga scadenza, impegni che vanno oltre la scelta del momento, e non si identificano necessariamente o solamente con qualcosa che attrae o che piace fare. Anche il discorso vocazionale può trovare riscontro nell’ambito educativo. Vocazione per i giovani va di pari passo con progetto di vita. Di essa si potrà parlare quando un adolescente o un giovane acquista la consapevolezza che bisogna dare un senso alla propria vita e perseguirlo nelle azioni quotidiane. La scelta vocazionale non si identifica quindi con un momento particolare della vita adolescenziale o giovanile, non avviene automaticamente al termine della scuola media, o prima di entrare in università. Essa comprende e segue l’arco dell’età evolutiva e si accorda soltanto all’interno e come risultato di un sistema pedagogico che educhi all’assunzione di responsabilità individuali.
Molti giovani oggi esprimono perplessità e dicono di non capire il senso di una decisione vincolante per sempre. Si richiede quindi la presenza di testimoni maturi e ottimisti che sappiano parlare di motivazioni e scelte vocazionali in termini positivi, sottolineando non solo la problematica della fedeltà e delle difficoltà, collegate a una scelta di vita sacerdotale e consacrata, ma l’aspetto gioioso, gratificante, di fascino e di autorealizzazione, del sentirsi bene e dell’essere bene accolti in una comunità. D’altra parte se una Chiesa non aiuta ad entusiasmarsi per Cristo e per gli altri, se trasmette soprattutto timore per il futuro, se si presenta con volto sofferente e preoccupato, ed è assillata per il sostentamento dei suoi sacerdoti, per il mantenimento delle strutture e delle opere, come può ancora appassionare i giovani?
Ragazzi quindi da giudicare o lasciare da parte? Forse sono semplicemente ragazzi da amare. Cosa manca a questi giovani? Un prete che stia vicino a loro con tenacia, speranza, continuità. Essi saranno il futuro della Chiesa se la Chiesa attraverso i suoi ministri saprà accompagnarli.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 28 Marzo 2012)








